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martedì, 31 marzo 2009
Se finora non mi ero arresa è stato perchè avevo la testa piena di frasi come "chi ha fede, arriva..." e perchè ero certa che prima o poi avesse funzionato. Ma adesso no, non ne sono più sicura. E' arrivata la fine, la fine definitiva, quella vera. Sono crollate le poche certezze che avevo accumulato, e non c'è più fede nè speranza. Sono distrutta ora, nessuno potrebbe guarirmi. Non riesco nemmeno a prendere il telefono, nemmeno quando squilla. Non so più scrivere. Non sono niente.
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sabato, 28 marzo 2009
Ho appena finito di guardare "Il Signore degli anelli". Era la prima volta che lo guardavo per intero, una puntata dopo l'altra. Mi è piaciuta molto l'ultima parte, soprattutto quando Sam riesce a salvare Frodo, proprio al momento giusto, a un passo dalla morte. Mi piace perchè, sebbene inverosimile, anche io ho sempre voluto che qualcuno mi salvasse "al momento giusto". Poi... non è che mi sia piaciuta una scena in particolare, ma l'amore di Aragon, il coraggio, la forza. Ho ammirato molto il suo personaggio, anche se ho preferito Legolas (più poetico, leale, più "come me").
Ci sono delle volte in cui anch'io mi sento un'eroina, una di quelle eroine giapponesi dell'epoca Meiji che lottano per la propria indipendenza, per la loro condizione di "donna", o semplicemente per il loro amore. Solo che molto spesso, almeno nella tradizione giapponese, questo tipo di eroine non fanno quasi mai una "bella fine". Finisce sempre che vengono punite per non aver seguito i consigli di qualcuno, per aver superato il limite, scavalcato ogni senso della misura. Ecco, io attualmente mi sento così. Eppure continuo a ricordare quello che mi fa felice, anche se non dovrei.
Ti ricordi di quel gioco con le domande? E la versione di latino, di quale autore era? Ti ricordi le prime parole che ci siamo detti, e quella tua risposta "posso tradurti un pezzo, ma non è che mi sfrutti per tradurti tutta la versione"? Che tipo, pensai, prima si fa avanti e poi si tira indietro. E di quella volta, mentre eravamo a telefono, che preparavi il thè e chiedevi a me quale scegliere, te ne ricordi? E di quando mi chiamasti per dirmi che fuori dalla finestra cadeva la neve?
Ti ricordi quando ci siamo visti all'aereoporto, in mezzo a tutta quella gente? Dopo, mentre tornavo a casa, non facevo che pensare quant'ero felice... Tu cos'hai pensato di me in quel momento, e quando mi hai visto venirti incontro in quel viale? Ti ricordi com'ero vista, e se i miei occhi brillavano?
Io ricordo tutto. Ma ho paura che tu, ormai, non ricordi nemmeno più da dove sia cominciata.
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Ora, mettere ordine ancora una volta, pezzo per pezzo, non mi sembra il caso, nè tanto meno mi interessa, ormai. Quello che è stato è stato. Mi farebbe solo più male.
E poi... non eri tu quella che mi diceva di allontanarmi da lui "fin che sei ancora in tempo", perchè "è volubile, infantile, egoista" e "non merita una persona come te"? Allora perchè stanotte ti ho sognata, dopo tanto tempo, e mi hai suggerito di fare qualcosa? Mi hai dato un ultimatum, hai detto che se entro giovedì non faccio qualcosa sarà tutto perduto. Ma perchè dovrebbe esserlo? Non è già tutto perduto ora, da tre settimane? Nel mio sogno era come se tu fossi me, e per la prima volta non ti scagliavi contro, anzi: mi incoraggiavi, speravi, volevi quello che volevo anch'io. Eri l'altra parte di me, quella ottimista, illusa, sognatrice.
C'è questa scena, una delle più belle che io ricordi, una di quelle che più spesso mi torna in mente: io e lui che camminiamo sotto un viale alberato, in piena estate. Parlavo senza fermarmi un attimo, ogni tanto mi giravo per vedere, per ricordare il suo viso, per imprimermelo bene in mente. Ed ecco che una di queste volte mi accorsi che, sulle sue spalle, c'erano tanti granelli di polline caduti dagli alberi. Gli dissi all'improvviso: "Aspetta un attimo, sei ricoperto di polline!" e lui, un po' imbarazzato, rispose: "Capita". Allora ci fermammo, sotto quel viale, io e lui, e piano piano cominciai a togliergli il polline da una spalla, con la mano, piano piano, prima sull'una e poi sull'altra, mentre lui stava di fronte e mi guardava, chissà cos'avrà pensato in quel momento. Se io lo ricordo così bene, nei minimi particolari, è perchè allora capii quanto gli volevo bene. Solo non avevo il coraggio di dirglielo, perchè sapevo che poteva pensare male di me.
Quando ripenso a questa scena mi torna anche in mente una poesia giapponese, "Tanpopo" (che significa "dente di leone"):
Tanti fiori di dente di leone volano via.
Ognuno ha il suo nome.
Ehi! Taponpo.
Ehi! Poponta.
Ehi! Pontato.
Ehi! Potapon.
Non cadete nel fiume.
Lo so che non c'entra molto, ma tu non sai che una volta... ahhh, che te lo racconto a fare? Sai meglio di me quanto contino i legami tra le persone, e quanto siano fragili, a volte.
Le lancette dell'orologio segnano le sei. Si susseguono l'una dietro l'altra, mentre mi ripeto che la speranza non muore. Vedi? Sono sempre così. Sapevo che non avrei resistito a lungo. E' che non riesco a capire questo silenzio ora, non riesco a comprendere cosa possa essere successo per riportarci indietro di così tanti passi. Perchè la paura, perchè? No, ormai non penso più sia quello. Mi sento delusa, offesa, e sto iniziando a darti ragione.
Ma non voglio. So che c'è tanto di buono in lui, che tu forse non sei riuscita a vedere, che ti è sfuggito perchè non lo tolleravi, perchè non era "come te", perchè non l'hai compreso abbastanza. E mi sembra assurdo dovervi rinunciare ora, ora che eravamo così vicini. Mi sembra impossibile: è questo che mi fa vivere nell'attesa, nella speranza. Non può finire qui. Com'è possibile dopo tutte le cose belle che ci siamo detti? Com'è possibile, mi chiedo, che eravamo noi due quelli seduti sulla panchina?
Forse arrivati a questo punto diresti che in fondo lui non mi conosce, che non mi ha mai conosciuto, che non mi ha mai voluto conoscere. Lui non sa cosa ci rende simili, non sa di cosa sono capace, di quanti sforzi mi è costato, di quanti limiti mi ha convinto a superare. Non sa che vorrei tornare a vivere da capo i miei diciasette anni, non tanto perchè siano stati i più belli ma perchè forse non me li sono goduti abbastanza, perchè quello è ancora il periodo più confuso della mia vita, a cui non riesco a dare una "risposta" Tu saresti in grado di dirmi cos'è successo? Se non erro, ci siamo conosciute proprio quando tornai da quella vacanza, nel 2005. Tuttora quando incontro i miei ex compagni di liceo, c'è qualcuno che ricordando i "vecchi tempi", mi dice con una certa aria di pazienza: "Dov'è finita la ragazza che abbiamo conosciuto i primi anni? Ahh, da quando sei tornata dall'Inghilterra non si è capito più nulla". Lui lo sa tutto questo? E a te l'ho mai detto?
Loro mi dicono così, e allora vorrei cercare di tornare indietro e ripercorrere tappa dopo tappa per capire effettivamente cos'è avvenuto, perchè neanche io lo so spiegare bene. Ricordo solo che ho iniziato a scrivere spesso, le mie prime vere poesie e i miei primi veri racconti. Ascoltavo molta musica, e nella mia vita le uniche persone importanti erano tu e... il resto mi procurava solo delusioni. Tu eri l'unica che sembrava capirmi, l'unica con cui mi sentissi perfettamente in sintonia. Poi è arrivato lui, all'improvviso, senza che me ne accorgessi ha iniziato a risucchiare la mia attenzione, sempre più importanza... e ti ho nascosto tutto, non ti ho detto nulla. Allora qualcosa ha iniziato a inclinarsi....
L'altro giorno ho ripreso a fumare. Ti rendi conto? Non lo facevo da quando avevo sedicianni. Un salto indietro nel tempo. Ero insieme ad altri amici e di colpo mi è tornata la voglia, la tristezza di quei pomeriggi di nascosto seduta fuori al balcone. Non ho provato niente, non mi ha dato niente. E' servito solo a farmi ricordare chi ero prima, e quel pacchetto di sigarette vuoto che conservo tuttora...
In questi ultimi giorni la situazione è peggiorata. Non ho voglia di mangiare, nè di vedermi con qualcuno, di parlare al telefono: mi sembra inutile. Scrivo, penso, mi siedo sul letto e fisso il soffitto. Stamattina una coccinella rossa si è posata sul vetro della finestra e ho pensato fosse un buon segno. Ogni giorno, per farmi forza, mi dico che c'è un "buon segno". Poi succede come ieri in treno, che non riesco a mantenere l'autocontrollo, come se il contenitore si fosse riempito abbastanza e avesse bisogno di esplodere.
Non vorrei che lui mi vedesse così, mi basterebbe sapere se sta bene, se soffre come me, se c'è qualcuno che gli è vicino ora. Mi basterebbe, o almeno devo farmelo bastare. So che stavolta devo affrontare la "montagna" da sola, rimboccarmi le maniche e salirla da sola, passo dopo passo. Perchè non c'è nessuno che possa farlo al posto mio, e non devo fare altro che contare su me stessa. Neanche tu mi potresti aiutare.
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venerdì, 27 marzo 2009
Ilaria, voglio parlarti. Anche se non mi ascolterai, ben inteso.
Stanotte per la prima volta ho sognato Kiri. Come sempre bellissimo, ai miei occhi, con quella sua dose di umorismo e romanticheria che utilizza come mezzo sicuro per sedurre le ragazze, con il suo collo fragile e delicato, e i suoi meravigliosi e morbidi lineamenti. Ti starai chiedendo se per caso non sono impazzita. Lui addirittura mi chiedeva "a luglio verrai in Giappone, vero?". Quando mi sono svegliata ero convinta di avere un cd che mi aveva regalato sulla scrivania. Era una sensazione piacevole, ma non ero felice.
Ormai sono anni che non parliamo, e a volte penso di esser stata io il motivo per cui le cose hanno smesso di funzionare tra di noi. Mi hai lasciato questo dubbio, e mi sono abituata, col tempo mi sono abituata. Eppure sei sempre così, la rottura, il punto di non-ritorno.
Forse dovrei considerare l'idea di ricostruire tutto a partire da quel momento, ma ogni volta che inizio ho sempre l'impressione che tutti i pezzi, accostati a poco apoco l'uno all'altro, a un certo punto finiscano per sommergermi, per rovesciarmisi addosso, e di colpo devo ricominciare tutto questo da capo. Ci ho provato, fino a qualche mese fa.
Stamattina mentre ero in treno guardavo fuori dal finestrino: a quell'ora la maggior parte dei posti sono vuoti. Silenzio, sole, polvere, e mi è tornato in mente l'eco di quelle parole, che non erano le sue, ma erano molto simili: in pratica mi hanno fatto lo stesso effetto. Ogni volta che ci ripenso mi dico che c'erano delle cose che non ho detto, o che ho sbagliato a dire. Ma per quanto riguarda oggi, non credo di essere stata così male da quand'è successo, da quando ho attaccato a quella telefonata. Senza prevederlo, senza nemmeno accorgermene, mi sono trovata addirittura in lacrime! Ho cercato di spingermi sempre più verso il finestrino perchè nessuno mi vedesse.
Quando sono scesa dal treno la situazione sembrava essere migliorata, ma non era proprio così. Più mi allontanavo dalla stazione, più immaginavo che avrei ricevuto una sua telefonata, che l'avrei ritrovato qui per il weekend, per una sorpresa al mio compleanno, e più mi sentivo triste. In mezzo a tante persone, il pensiero di quello che adesso non c'era più e del coraggio che ho avuto a fare questa scelta, l'ipotesi che lui potesse star male per qualche motivo, che potesse avere bisogno di me, hanno mosso le mie lacrime ancora una volta. E così mi sono ritrovata a camminare con gli occhi che brillavano per qualche strano caso, e un fazzoletto a portata per asciugare al volo le lacrime ribelli. Non riesco a immaginare cos'avrei potuto pensare di me stessa se mi fossi incontrata.
Eppure non avevo la sensazione, come quello scorso aprile, che fossi solo io a stare male, come se tra me e queste persone ci fosse "una barriera". Sentivo invece che chi mi guardava non poteva fare altro che comprendere, compatire questa povera ragazza senza chiedersi il motivo per cui stava così... così male ecco. Ragazza grigia, ragazza triste, ragazza un po' matta, ragazza infantile.
L'unico pensiero che mi ha fatto riprendere, quando ormai ero nei pressi dell'università, è stato che lui ha preferito a me un'altra, ha preferito a me un'altra, un'altra e un'altra. Solo questo mi ha fatto smettere di pensare a quanto ero triste, anche se quando sono finalmente arrivata, Rosmy ha dovuto "raccogliermi da terra con il cucchiaino".
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giovedì, 26 marzo 2009
C'è una sorta di gioia innata nel terminare una cosa e incominciarne un'altra da capo, nello scriverti oggi, chiusa tra le pareti di questa stanza, e dirti "ce l'ho fatta". Peccato che la maggior parte delle volte rimanga quel qualcosa in sospeso, che a te piace tanto, con un vuoto grande almeno quanto la mia adolescenza, e i pacchetti di sigarette mezzi pieni conservati di nascosto in camera, senza una fine, e poi di colpo inizio ancora. Ti domanderai che sensazione si prova ad essere come me: spiacevole, te l'assicuro. Più che altro dovrei pensare di assestarmi, accettarlo, scoprire quello che tu tanto odi, i miei lati nascosti e farli pervenire a te, a te.
Sono stanca di questo ciclo continuo, irreale, quest'alternarsi tra vecchio e nuovo, mutevole ma profondamente identico. Hai mai pensato all'ipotesi, strana, che tra di noi ci sia un filo, una sorta di filo che ci riporta sempre allo stesso enigma irrisolto?
Nella mia testa traballano ancora frasi come "sto pensando seriamente di..." oppure "sai che comincio a..." mentre cerco di concentrarmi sul presente, sulle nuvole di passaggio, su qualche passante, sui miei piedi che non so dove mi stanno portando.
La bellezza. Cosa me ne faccio della bellezza? Se non posso correre, gridare, ballare, saltare, ridere e viaggiare con... ammesso che tu adesso raccolga i miei pensieri, che cosa te ne fai?
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