Avviene tutto per caso.

   


domenica, 31 maggio 2009
 

31 Maggio - Make you smile

La prima volta che ti ho visto, tu hai distolto lo sguardo. 
Ma io ti ho riconosciuto in mezzo alla folla, io ti ho riconosciuto.
Ti ho detto "Ciao" ma tu hai continuato a guardare altrove.

(Qualcuno ti ha mai detto che puoi mancare da morire?
Che per te si può piangere, passare notti in bianco?)

L'ultima volta che ti ho visto, io ho distolto lo sguardo.
Ho voltato le spalle per andarmene, e nonostante avessi voluto girarmi non l'ho fatto. Non ho visto nemmeno quella volta
il sole brillare nei tuoi occhi.

(Ti hanno mai detto che, spesso, certo cose si capiscono tardi, troppo tardi per tornare indietro? Che quando anche il tuo cuore non desidera altro, non puoi più dire "si"?)

La prossima volta che ti vedrò, distoglierò lo sguardo.
Tu mi dirai "Ciao" e poi continuerai a guardare altrove, come la prima volta. Pensare che volevo solo farti sorridere
e adesso non mi vedrai più.
O anche se mi vedrai
non saprai riconoscermi in mezzo alla folla.


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venerdì, 29 maggio 2009
 

E' strano come l'essere umano ricordi raramente chi gli ha fatto del bene, chi gli ha dato il suo affetto, e molto più spesso chi gli ha lasciato delle ferite. Anche se si impara forse solo nel secondo caso, l'essere umano è davvero stupido.

Eppure, un motivo per cui ho segnato sul calendario la data in cui ci siamo conosciuti, ci deve pur essere. Quando lo rivedrò, all'aereoporto, la prima cosa che gli dirò sarà: "ehilà" mentre dentro di me, avrei voluto dire: "mi sei mancato, terribilmente". Quando lo rivedrò, quel giorno lascerò che ancora una volta siano i suoi grandi occhi azzurri a scrutarmi, e penserò: "è questa la strada giusta, finalmente sono riuscita a trovarla". Se sarò insieme a lui, tutto mi sembrerà possibile.


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mercoledì, 27 maggio 2009
 

Non so se per gli altri è lo stesso, ma a volte capita che le emozioni mi sorprendano in momenti così improvvisi da lasciare un segno, indelebile, che tendo a ricordare in futuro, e non in quell'istante stesso. Oggi, per esempio, mi è accaduto così.
Ero in biblioteca con J. e avevo appena finito di leggere uno degli ultimi libri che avevo preso in prestito, libro che avevo gradito particolarmente e per questo letto molto a rilento, per assaporarne ogni singola parola. Quando l'ho deposto sullo scaffale, J. mi ha proposto di iniziare a lavorare a una traduzione dal giapponese. Così abbiamo cercato una sala tranquilla, non troppo calda, magari con qualche finestra, e abbiamo preso posto. Io ero seduta alle spalle della finestra, lasciata aperta per far entrare un po' d'aria, mentre J. era alla mia sinistra. Gli altri due posti erano vuoti.
Eravamo d'accordo sul fatto che ognuno avrebbe tradotto per conto suo, e se uno dei due avesse avuto qualche problema avrebbe chiesto all'altro, per poi confrontarci alla fine. Così abbiamo iniziato.
Devo premettere che la traduzione era già di per sè difficile, e che nonostante questo mi sono davvero sforzata nel tentare di capire cosa dicesse l'autore. Si parlava di un pony e di un gatto, compagni di viaggio, che giravano sotto il sole di un paese sperduto tra le foreste, alla ricerca non si sa di cosa. Uno dei due, mi sembra il pony, più ingenuo, improvvisamente chiedeva all'altro:
"Senti, ma secondo te dobbiamo davvero arrivare fino in fondo alla foresta? E se non ci conviene? E se incontriamo un altro ostacolo?"
E l'altro allora, più tranquillo, rispondeva:
"Noi facciamo quello che possiamo. Se vogliamo, continuiamo. Altrimenti, se non ne vale la pena, ci fermiamo. Non stare in ansia. Dai tempo al tempo, e vedrai che ci capiremo qualcosa!". 
Intanto J. continuava nella sua traduzione senza interrompersi, mentre io avevo già trovato degli ostacoli per qualche strana forma grammaticale. Ma non volevo disturbarlo, così non ho detto nulla e mi sono guardata in giro, in silenzio. Il fatto che non riuscissi a continuare, infatti, implicava che non riuscissi a concentrarmi su quello che stavo facendo. I ragazzi del tavolo a fianco ridevano, chissà per quale motivo, e delle ragazze entravano e uscivano dalla sala, come in una sfilata...  
A un tratto si sono sentite delle grida fuori dalla finestra. Erano dei bambini che giocavano a pallone nella piazza, fuori l'università. Mi sono girata indietro a guardarli. Era quasi il tramonto: le loro piccole figure, in movimento, si riflettevano sugli ultimi raggi di sole, prima della sera. Poi, improvvisamente, un gabbiano. Il verso di un gabbiano. Cosa ci faceva un gabbiano lì? Mi girai di nuovo a guardare fuori dalla finestra e lo vidi che sorvolava la piazza, al di sopra dei bambini, con le sue ali snelle e lunghe...
Senza pensarci, ho chiuso subito il libro e mi sono alzata di scatto. J. mi ha guardato sorpreso, con uno degli sguardi più belli e intensi che io gli abbia mai visto da quando ci conosciamo, e ha detto:
- Ehi, tutto bene? Se vuoi ti dò una mano.
- E' inutile, non ci riesco. Ho sbagliato qualcosa, e non riesco ad andare avanti.
- Cosa hai sbagliato?
- Non lo so, è troppo difficile. Forse, dopo tanto tempo... non ci ero abituata!
- Dici che è troppo difficile? In effetti, alcuni ideogrammi...
- In ogni caso, torno a casa. Ci sentiamo più tardi, semmai.
Per un momento ho pensato che parlavamo di due cose diverse. Ho rimesso la sedia dietro al tavolo e ho accennato a un saluto veloce, dirigendomi verso l'uscita. J. ha continuato a fissarmi per alcuni secondi, troppo sorpreso per aggiungere altro. Avrà pensato che sono matta, che mi arrendo troppo facilmente. In realtà, mentre avevo tutt'altre cose per la testa, nei suoi occhi credo di aver letto qualcosa come: "Non te ne andare, resta con me".


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martedì, 26 maggio 2009
 

In giapponese, il primo dei due ideogrammi che insieme compongono la parola 勇気 (yuuki), che tradotta in italiano significa "coraggio", rappresenta, in parte, il radicale utilizzato per indicare 男 (otoko) "uomo". Questo fa pensare che, sin da quando fu importata la scrittura, il popolo giapponese attribuiva questa qualità all'uomo più che alla donna, come parte naturale e integrante del suo patrimonio genetico.
Eppure, a ben vedere, le cose non stanno così. Talvolta è l'uomo a mancare di coraggio, e al contrario la donna ad averne anche troppo, a saper manovrare "da sola" i fili.
Anticamente, anche nella religione giapponese era così. Era la donna ad avere in mano il potere, la donna a scegliere, a comandare, a redarguire. Gli abitanti del villaggio si prostravano dinnanzi a quella che era da tutti definita "la saggia madre", una vecchia sciamana con straordinari poteri, primo fra tutti quello di mettere in contatto i vivi con i morti, nell'aldilà.
A partire dall'epoca Heian, e forse anche prima, tutto questo iniziò a sfumare in storia. Proprio quando gli ideogrammi cinesi vennero importati dalla Cina, e di conseguenza cominciò a imporsi, anche in Giappone, un nuovo metodo di scrittura, le donne vennero nascoste nell'ombra, al riparo, dietro le cortine. E' chiaro dunque che, col tempo, il coraggio, e quindi il "potere" - perchè per prendere il potere bisogna avere prima coraggio - ha finito per acquisire connotazioni maschili ed essere associato all'uomo piuttosto che alla donna, da allora descritta, nella letteratura heian, come timida, ritrosa, alla giusta distanza da ipotetici corteggiatori. Chiaro anche che quest'idea si sia rafforzata maggiormente, nelle epoche Kamakura e Tokugawa, con l'avvento dei samurai, considerati i guerrieri per eccellenza.
Cosicchè, anche nella società giapponese, che anticamente privilegiava il ruolo della donna, il suo coraggio e le sue abilità al potere, l'uomo ha finito per conquistare il primo posto. C'è da chiedersi come mai, in questa particolare fase della storia, in Oriente, ma anche in Occidente, la donna non si sia mai ribellata, se non raramente, reclamando la sua posizione, i suoi antichi diritti.


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lunedì, 25 maggio 2009
 

Ogni volta che lo incontro, anche se per pochi istanti, di sfuggita, mi dà sempre la senszione di trovarmi di fronte a un paesaggio antico, che conosco da bambina. Sarà che ci conosciamo da diversi anni, o che non sono mai riuscita a immaginare la mia vita senza averlo conosciuto. O ancora, che in qualche parte remota di me, a mia insaputa, sono sempre stata innamorata di lui.
In ogni caso, quale che sia il motivo, ogni volta che lo incontro ho questa sensazione. Anche il suo modo di guardarmi è diverso. Durante la mia vita, pochissimi altri uomini mi hanno guardato in quello stesso modo. Non saprei come definirlo, ma saprei descrivere la sensazione che avevo io quando mi guardava: come se fossi tutto, qualcosa di estremamente prezioso, una meraviglia, un sogno ad occhi aperti improvvisamente divenu
to realtà: era così che mi faceva sentire quando mi guardava. Eppure, quando ci frequentavamo, non ho mai capito che i miei sentimenti avevano trovato lo specchio adatto in cui riflettersi. Lo penso solo ora, che ormai tutto è sfumato.


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sabato, 23 maggio 2009
 

I giorni, i mesi, passano così. La sensazione è quella di ammazzare il tempo, o che sia il tempo ad ammazzare te. Si, ci sono davvero troppe cose che vorresti fare e non puoi.
Alla stazione, un cane che rincorre un treno sembra troppo retrò per i miei gusti. Per la strada, un francescano con tanto di tunica e sandali sembra aggirarsi per una città medievale, piuttosto che sfoggiare al popolo la propria fede. E infine, un uomo che percorre in primavera una strada adorna di gelsomini, nonostante sia allergico al polline, sembra qualcosa di troppo raro e prezioso per poter essere vero, per poter capitare a me.
In conclusione, mi sembra che il calendario si sia perennemente fermato a marzo, mentre siamo ormai a fine maggio, inizio giugno, e le cose sono decisamente cambiate. "Ammazzerò tutti gli orologi per vendicarmi del tempo", hai detto così.

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giovedì, 21 maggio 2009
 

Il passaggio dal mondo religioso dell'epoca Heian (794 - 1185) a quello dell'epoca Kamakura (1185 - 1333) può essere confrontato con gli sviluppi che approdarono, in Europa, alla Riforma protestante di Martin Lutero. Come in Occidente, le domande poste più di frequente dai fedeli dell'epoca Kamakura erano: "Come faccio a sapere che sarò salvato?" oppure "Come posso ottenere la salvezza eterna?". In Giappone, tre furono i movimenti che tentarono di rispondere a queste domande: Terra pura, Nichiren e il Buddhismo Zen, che indubbiamente, tra i tre, è quello più conosciuto in Occidente.
Sia nella Riforma di Lutero che nel Giappone dell'epoca Kamakura, in ogni caso, la risposta fu che la salvezza si basava sulla pura e semplice fede. Fu molto importante, inoltre, porre l'accento sulla pace interiore come assicurazione della salvezza eterna. 
Ciò produsse, ovviamente, un nuovo modo di guardare e rapportarsi alla religione. Per prima cosa, metteva tutti i fedeli sullo stesso piano - preti o contadini, monaci o mercanti - in quanti tutto erano in grado di avere fede. Ma sopratutto - e questo fu il passaggio più importante - la fede era un qualcosa che scaturiva dall'interno, e dunque non importava molto se il fedele fosse celibe o sposato. E infatti, proprio come Martin Lutero, anche il leader della Terra Pura, Shinran, rinunciò alla vita monastica per sposarsi e avere una famiglia.


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Ho sempre avuto un po' la stoffa dell'eroe. Non sopporto le ingiustizie, non mi piace la gente che attacca il più debole solo perchè non farebbe del male a una mosca, e adoro fare quello a cui gli altri rinunciano già dal principio. Sin da quand'ero una giovane e tenera adolescente, mio padre diceva: "Mi raccomando, stasera non fare l'eroe". Lui mi conosceva bene. Lui sapeva fino a che punto ero idealista.
Anche adesso continuo a fare l'eroe, ma di colpo mi ritrovo in un mondo che non è mio, e mi chiedo come ho fatto a cacciarmici. E' vero, ho sempre avuto altre aspirazioni, diverse da quelle letterarie: avrei voluto essere medico, avrei voluto fare politica - diversi lati del mio io si mescolano e a turno pulsano per uscire, in varie fasi della mia vita. A me tocca controllarle, mantenere un equilibrio, che a volte diventa così sottile da esser fragile.


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martedì, 19 maggio 2009
 

Io ti salverò

Dopo aver attraversato la foresta, finalmente vide la luce del sole. Dinnanzi al suo sguardo, splendeva luminosa un'immensa distesa di verde, verde ovunque, che ricopriva ogni lato fino all'orizzonte. In lontananza, piccoli puntini colorati erano fiori.
Alla luce del giorno, Bianca non potè fare a meno di notare una pietra grigia che sbucava tra le erbe, sola, alla sua sinistra, e appoggiata a questa, una piccola figura. Domandandosi chi potesse essere, se fosse un folletto o qualcosa di simile, si avvicinò a poco a poco, passo dopo passo, calpestando erba e alcuni sassolini. Non potè urlare "chi sei?" perchè temeva la risposta, oppure che, impaurita, quella piccola figura potesse scappare, anche se non vedeva come dal momento che erano entrambe all'aria aperta, e lì attorno, eccetto la foresta, non c'era nientr'altro che verde.
Quando arrivò alla giusta distanza per lasciare che avvertisse la sua presenza, si fermò. Ed ecco che la piccola figura si girò nella sua direzione, e Bianca la riconobbe: era il bambino che aveva lasciato fuori la porta della sua casa, la notte prima. D'istinto si portò una mano alla bocca. Avrebbe voluto dirgli quello che aveva scoperto, quello che aveva capito, finalmente, ma era così sorpresa e spaventata di vederlo lì, che le tremavano le mani, e le parole le morivano in gola, tornando indietro come pioggia calda.
Il bambino, invece, si girò e la guardò con la sua classica espressione muta, nè triste nè felice, con i suoi grandi occhi azzurri, e improvvisamente le sorrise.
Bianca cominciò a balbettare qualcosa.
- I-Io... voglio essere perdonata.
Il bambino continuava a sorriderle, sembrava un sole. Adesso appariva molto più sereno, non triste.
- Da chi?
- Da te.
- E perchè mai dovrei perdonarti?
Prima di rispondere Bianca si girò di lato, guardando altrove, un punto a caso nel verde. Sembrava quasi che stesse per scoppiare a piangere, a un certo punto.
- Perchè non sono riuscita a salvarti. Per tanto tempo ho giurato a me stessa che l'avrei fatto. Ero convinta di farcela, e invece... oramai è troppo tardi... - disse, e si girò nuovamente a guardarlo.
- Non preoccuparti. Sai, sono molte le persone al mondo che dovrebbero essere salvate, e altrettante quelle che non ci riescono. Preferiscono continuare a vivere nell'errore, come se fossero incapaci di vedere altro. Nemmeno l'amore riesce a salvarle. Anche io, come adesso avrai capito, sono tra queste. Preferisco starmene qui, da solo, paradossalmente rinchiuso nel mio infinito spazio verde, osservando da mattina a sera quei bei fiori che brillano all'orizzonte... li vedi? Non sono belli?
- Si, li vedo. Sono bellissimi. Ancora di più perchè riflettono la luce del sole in lontananza... 
Improvvisamente l'espressione del bambino si fece cupa. - Beh... se è così... allora forse anche tu farai la mia stessa fine. Ma non voglio. Devi impedirlo. Non devi diventare come me. Vattene subito via di qui.
- Ma...
- Torna indietro e ricostruisci. Bianca, non pensare più a me. Io continuerò a guardarti, da lontano, proprio come quei fiori bellissimi, e a sperare che tutto vada bene. Ma ora vai, ti prego.
Senza aggiungere altro, il bambino continuò a fissarla ancora per un po', come per assicurarsi che avesse recepito il messaggio. Lo faceva apposta, oppure non era consapevole dell'effetto che le procurava, con quei suoi grandi occhi blu? 
A un tratto tornò ad appoggiarsi alla pietra dov'era stato prima. Si girò nuovamente dall'altro lato, e, nonostante Bianca non accennasse al benchè minimo movimento, per andarsene, non disse più nulla.


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lunedì, 18 maggio 2009
 

Quei confetti che abbiamo in cucina, raccolti in un cono di carta, sono bianchi e indistinguibili tra di loro. Eppure, se provi ad assaggiarli, hanno ognuno un sapore diverso: limone, zuppa inglese, cioccolato, melone, fragola... e ovviamente c'è chi preferisce l'uno piuttosto che l'altro. Ma, inutile dirlo, nessuno sa quale può capitargli, perchè dal di fuori sono tutti bianchi. Tutti identici.

Sto pensando a una fine
e ci sto riuscendo:

nessun'altro abbaglio
ma i suoi occhi innamorati
su di me.


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